Cinema

Il Diavolo veste Prada 2 e la fine della meritocrazia Millennials

Il sequel de Il Diavolo veste Prada esplora la disillusione di una generazione che, cresciuta con l'idea che impegno e talento garantissero successo, si trova ora in un mercato precario e insoddisfacente. Andy al ritorno non è più attratta dal glamour, ma dalla dura realtà di un lavoro che premia visibilità e adattamento.

Quando uscì nel 2006, The Devil Wears Prada sembrava raccontare molto più di una semplice storia ambientata nel mondo della moda. Dietro il glamour, gli abiti firmati e l’iconica figura di Miranda Priestly interpretata da Meryl Streep, il film parlava soprattutto di ambizione, sacrificio e mobilità sociale. Andy Sachs rappresentava perfettamente l’idea con cui è cresciuta un’intera generazione: quella secondo cui talento, studio e impegno sarebbero stati sufficienti per costruirsi un futuro. Era una ragazza normale, lontana dagli ambienti elitari di Runway, che grazie alla propria intelligenza e alla capacità di adattarsi riusciva a conquistare spazio in un sistema estremamente competitivo. Anche quando il film mostrava il lato tossico del lavoro e il prezzo personale del successo, rimaneva comunque viva una convinzione di fondo: se sei abbastanza bravo, prima o poi il mondo se ne accorgerà.

La generazione cresciuta con la promessa sbagliata

È proprio questa convinzione che Il Diavolo veste Prada 2 sembra voler demolire.

Il ritorno di Andy nel mondo di Miranda non ha infatti il sapore nostalgico del “ritorno a casa” tipico di molti sequel contemporanei. Non torna perché attratta nuovamente dal fascino di Runway o perché sedotta da quell’universo di lusso e potere. Torna perché fuori da quel sistema il mondo non ha mantenuto le promesse che sembrava fare alla sua generazione. Nel frattempo il giornalismo è cambiato radicalmente, l’editoria tradizionale si è sgretolata sotto il peso del digitale e il valore stesso della competenza è diventato sempre più fragile. Le riviste patinate non hanno più il peso culturale di un tempo, gli articoli approfonditi vengono sacrificati in favore di contenuti rapidi e immediatamente consumabili, mentre il successo professionale sembra dipendere molto più dagli algoritmi che dalla qualità del proprio lavoro.

Ed è qui che il film colpisce davvero, perché Andy non viene rappresentata come una donna fallita o incapace. Al contrario, è competente, preparata, intelligente e perfettamente in grado di fare il proprio mestiere. Il problema è che tutto questo, oggi, non garantisce più nulla. È una condizione che molti Millennials conoscono fin troppo bene: essere cresciuti con l’idea che bastasse impegnarsi per ottenere stabilità e ritrovarsi invece in un mercato dominato dalla precarietà, dai contratti temporanei e dalla costante necessità di reinventarsi per restare rilevanti. Il sequel abbandona così gran parte del romanticismo presente nel primo film e sostituisce il sogno meritocratico con una sensazione molto più contemporanea: quella di essere sempre sostituibili.

Anche Miranda Priestly assume un significato diverso rispetto al passato. Nel primo film era il simbolo di un potere quasi disumano, una figura terrificante che incarnava il successo assoluto e il sacrificio totale della vita personale in nome della carriera. Oggi, però, fa paura in modo diverso, perché sembra rappresentare l’unica persona che aveva davvero capito come funziona il sistema. Miranda non ha mai creduto nella retorica del “segui la tua passione” o nel mito del talento che emerge naturalmente. Ha sempre saputo che il lavoro è soprattutto sopravvivenza, capacità di adattamento e controllo della propria posizione prima che qualcun altro te la porti via. Se nel 2006 Andy poteva ancora permettersi di rifiutare quella mentalità perché convinta che esistesse un’alternativa più autentica, il sequel sembra suggerire che quell’alternativa sia diventata quasi impossibile.

Non è un film sulla moda. È un film sul lavoro nel 2026

Il Diavolo veste Prada 2 funziona quando smette di parlare di moda e inizia a parlare di lavoro. La moda rimane semplicemente il contesto estetico dentro cui viene raccontata una crisi molto più ampia e generazionale. Il film parla dell’ansia di dover essere costantemente produttivi, della pressione di trasformare ogni cosa in contenuto, della sensazione di vivere in un sistema che premia visibilità e velocità più della profondità e della competenza. E forse è proprio questo l’aspetto più amaro del sequel: vedere Andy Sachs, che nel primo film incarnava la promessa di un futuro costruito sul merito, diventare il simbolo di una generazione che ha fatto tutto ciò che le era stato chiesto senza ottenere in cambio la sicurezza che le era stata promessa.

Il glamour di Runway esiste ancora, così come esistono ancora gli abiti perfetti, gli uffici eleganti e il fascino dell’élite culturale newyorkese. Ma stavolta quello scintillio non riesce più a nascondere la realtà che c’è sotto. E la realtà, per molti, è fatta di precarietà, insicurezza e continua paura di diventare irrilevanti.

Di Viviana Orlandini

2 commenti su “Il Diavolo veste Prada 2 e la fine della meritocrazia Millennials

  1. Avatar di annamaria montanino
    annamaria montanino

    Forse il coraggio è proprio questo: accettare di non poter superare tutto subito. Ma avere la pazienza di affrontare un ostacolo alla volta.

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  2. Avatar di annamaria montanino
    annamaria montanino

    Forse il coraggio è proprio questo: Accettare di non poter superare tutto subito, ma avere la pazienza di affrontare un ostacolo alla volta.

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