Presentato in concorso per Alice nella città, nell’ambito della Festa del Cinema di Roma, “Le ragazze non piangono”, opera prima del talentuoso regista Andrea Zuliani, scritta con Francesca Maria Scanu, per una produzione Twister Films, Rain Dogs e Rai Cinema, è un film drammatico di impronta generazionale che, attraverso l’espediente topico del viaggio, narra l’incontro e la fugace ma intensa relazione tra le due protagoniste, Ele (interpretata con autentico amore da Emma Benini, già apprezzata in “Tutto liscio” di Igor Maltagliati, dopo l’esperienza formativa in Accademia Marescotti) e Mia (la cui interpretazione è affidata ad Anastasia Doaga), le quali si trovano a percorrere l’intera penisola italiana, dalla Basilicata al Trentino, con l’intento di portare il vecchio camper del padre della prima, venuto a mancare, ad un caro amico di famiglia, al fine di evitarne la rottamazione.

Lo svolgimento delle vicende narrate nel film forse sfida un po’ eccessivamente la disponibilità di spettatori e spettatrici a sospendere l’incredulità, specie in taluni tratti, in relazione ai tempi ed alle modalità di attraversamento del Paese a bordo del vecchio mezzo di trasporto. Tuttavia, questo è forse il solo, limitatissimo appunto che mi pare di poter avanzare, perché il racconto intreccia le vicende delle due giovani protagoniste con una grande abilità scenica, alternando flashback dalla complicata vicenda umana di Mia, all’intreccio delle vicende presenti e condivise con Ele.

Come ha ben notato il regista in conversazioni all’interno dello stesso format di Alice nella città, la forza dell’incontro-scontro e della relazione tra le due protagoniste deriva dalla differenza delle esperienze di vita dei personaggi: Ele è una ragazza diciannovenne, figlia di una famiglia di ceto medio italiano, vissuta a lungo tra l’Emilia-Romagna ed il Trentino, prima di un sofferto trasferimento al Sud, derivante dalle esigenze del nuovo compagno della madre di lei; Mia è una ragazza proveniente dalla Romania, ha tre anni di più, ma appare ben più grande, avendo accumulato esperienze traumatiche in ambito familiare e nel più stretto giro relazionale, come si comprende nel corso del film.
Essenziale, sebbene limitato alla parte finale del film e per quanto io non possa dunque argomentare con eccesso di dettaglio questo aspetto, senza incorrere in spoiler, è il ruolo di Lele, interpretato da Matteo Martari: infatti le scoperte che Ele trarrà dall’occasione della visita al vecchio amico del padre rappresentano il punto apicale della questione relazionale tra adolescenza ed età adulta, che è certamente una delle linee interpretative del film.

La pellicola è un gioiellino anche sotto i profili della musica, curata da Daniele Grammaldo e Luca Proietti, dei costumi, del trucco delle ragazze, nonché della scelta di scenari ed ambientazioni del road movie. L’alternanza di ritmo nella narrazione, che spicca in drammatiche urla di incomprensione, affonda in abissi di intimità e si concede anche tratti di serena ironia, provoca un tumulto emotivo in chi ha il piacere di godere dell’opera in sala.
Di Andrea Sgrulletti


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