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5 motivi per vedere DA 5 BLOODS

Il film-manifesto di Spike Lee

Dal 12 Giugno è disponibile sulla piattaforma Netflix un film prodotto dalla stessa, estremamente contemporaneo alle sommosse che stiamo vivendo in questo periodo: si tratta del nuovo lungometraggio di Spike Lee, Da 5 Bloods-come fratelli che si aggiunge alla fila di prodotti americani contro il razzismo nei confronti della comunità nera; tra questi spicca sicuramente, anche un secondo film dell’autore: Blackkklansman (2018).

La pellicola è stata girata per la maggior parte in Vietnam, protagonista della storia. In particolare, si fa un grande riferimento alla guerra combattuta tra i gruppi del Sud contro quelli del Nord. Quattro amici (Paul, David, Otis ed Eddie) infatti, si rincontrano sul posto, un tempo protagonista delle loro sofferenze, per ben due importanti motivi: recuperare il corpo del quinto del loro gruppo di soldati, Norman detto “Stormin”, deceduto durante un attacco da parte dei Viet-Cong (gruppo armato che combatteva contro il governo filoamericano del Vietnam del Sud) e ritrovare un contenitore pieno di lingotti d’oro, trovato durante il medesimo attacco, per trasportarli illegalmente in una banca sicura.

Il film è un continuo alternarsi tra ricordi del passato che si riflettono sul presente, un richiamo al razzismo e ad una guerra ingiusta ed insensata.

Ecco a voi cinque motivi per cui dovreste vederlo, ognuno di essi estremamente importante:

1-E’ stato consigliato da Stephen King

Oltre ad aver ricevuto il 93% di gradimento su Rotten Tomatoes, a pochi giorni dall’uscita (16 Giugno), il maestro dell’horror ha deciso di omaggiarlo con un post su Twitter, definendolo “un film giusto al momento giusto”.

2-La regia, tra presente e passato

Diciamocelo, un film ambientato in un paese lontano dagli studios e che cambia formato a differenza del periodo della narrazione, non è stato sicuramente semplice, soprattutto per quanto riguarda i costi. Un pensiero che è passato nella mente anche dei produttori (in particolare in quella dei dirigenti del colosso). Nonostante un anno prima, avevano permesso a Scorsese di usare il CGI per ringiovanire gli attori in The Irishman (altro film che ha avuto non poche difficoltà di produzione), investendo somme ingenti, in questo caso Lee si è trovato in difficoltà quando la produzione aveva pensato, in un primo momento, di eliminare le scene dei Flashback, legati ai ricordi della guerra e girati con una pellicola sgranata di 16 mm, operazione troppo costosa dato che il materiale doveva essere inviato dal luogo delle riprese fino agli Stati Uniti, per essere sviluppato in laboratorio. Per non parlare del resto del film, che sempre il regista aveva deciso di girare interamente in pellicola.Ma per fortuna i produttori hanno fatto un passo indietro, consentendo questa scelta artistica grazie alla forte insistenza di Lee, desideroso di soddisfare anche le mosse artistiche del direttore della fotografia: Newton Thomas Sigel, lo stesso che gli ha proposto di usare questo formato, dato che, come ha dichiarato in un’intervista: “una 16 mm è la camera che sarebbe stata usata da una crew, se si fosse trovata in Vietnam a filmare la guerra”.

Un’ altra particolarità che ritorna anche in questo film e che ormai può essere definito vero e proprio “marchio di fabbrica” dell’autore, è la celebre carrellata dove i protagonisti si muovono in avanti, rimanendo immobili (stessa cosa che troviamo nel finale di Blackkklansman). A questa si aggiunge l’inserimento di immagini di repertorio messe a confronto con quelle girate. Il film infatti si apre con una sorta di mini-documentario inerente alle lotte contro il razzismo e contro la guerra, affiancate da immagini di politici e attivisti come Martin Luter King e a quelle di episodi cruenti, come quello degli attacchi sui villaggi vietnamiti con le bombe al napalm.

 Non manca poi la solita “occhiataccia” lanciata da Lee anche nel già citato film del 2018, nei confronti del presidente degli Stati Uniti Donald Trump, ma mentre nel film precedente il regista decide di inserire un video di repertorio legato all’attacco di un fervente ammiratore del presidente su una folla di manifestanti, in cui persero la vita alcune persone, qui Lee si limita a rappresentare uno dei quattro personaggi (appartenenti alla comunità nera) come un sostenitore di Trump, facendogli indossare il tipico cappellino con la scritta “Make America great again” e ad associarlo ad un uomo della stessa comunità, con un video, preso da uno dei comizi di Trump, in cui compare dietro di lui, mentre lo elogia. Ovviamente il video è stato modificato in modo tale da censurarne l’identità, nel film invece i tre prendono in giro il quarto amico, identificandolo proprio con l’uomo del comizio.

3-La colonna sonora del jazzista Terenche Blanchard

Per il soundtrack Spike Lee è sempre ricorso a melodie solenni, utili a sottolineare l’importanza dei messaggi che lo stesso intende mandare tramite i suoi film.

NEW YORK, NY – JANUARY 10: (L-R) Spike Lee and Terence Blanchard attend the “Red Tails” premiere at the Ziegfeld Theater on January 10, 2012 in New York City. (Photo by Johnny Nunez/WireImage)

Anche qui fa affidamento alle fedeli melodie del Jazzista e compositore Terenche Blanchard. I due sono legati da anni da uno stretto rapporto professionale. La musica è infatti un elemento importante di tutta la filmografia di Lee. Le stesse note solenni che sentiamo ripetutamente durante la visione, come a voler far ritornare i quattro nell’ambiente delle missioni militari, mi hanno riportato con la mente più volte all’ambiente acustico creatosi ne La 25°ora (2003) o in Malcom X (1992).

4-Il cast

Un altro motivo per vedere questo film, è sicuramente la splendida recitazione che ha dato un nome e un viso ai personaggi scritti dagli sceneggiatori che hanno affiancato Lee: Danny Bilson, Paul De Meo e Kevin Willmott. Tra gli interpreti spicca sicuramente Chadwick Boseman (Norman) conosciuto a livello mondiale per aver interpretato il celebre Black Panther (2018), primo grande importante personaggio nero dell’universo Marvel che lo ha portato ad acquistare notorietà anche grazie al successo del film, pellicola che i critici hanno descritto come film di svolta per la black community all’interno dei cine-comics. Anche se il suo personaggio compare solo nei flashback e in un breve sogno di uno dei quattro, Norman si fa portatore di tutta una serie di tematiche legate alla guerra, tra cui spicca sicuramente l’insensatezza di quest’ultima.

Tra gli altri interpreti vi è anche il noto Jean Reno che nel film copre il ruolo di  un diplomatico francese che si offre di aiutare il gruppo a trasportare i lingotti.

Tra i protagonisti ricordiamo anche Delroy Lindo (Paul) divenuto noto al pubblico internazionale, con il ruolo di Archie in Malcom X e Norm Lewis (Eddie),primo attore afroamericano ad interpretare Il Fantasma dell’Opera a Broadway.

5- I temi politici

Ultimo ma non meno importante, è il messaggio politico che il regista ci trasmette tramite immagini (di repertorio o meno) intrise di significati. Immagini simboliche che girano tutte intorno ad un tema: il razzismo.

Spike Lee è stato in grado di rappresentare, più di tutti, la situazione attuale e radicata da anni nell’universo politico Americano, quella di oppressione nei confronti della Black People, che ultimamente si è intensificato anche grazie all’identificazione del messaggio razzista, sotto un parrucchino arancione chiamato Donald Trump. Lee non si preoccupa delle critiche, né di conquistare tutto il pubblico al di là dell’ideologia politica. E’ un regista ormai affermato da anni che non ha paura di dire le cose come stanno. A pochi giorni dalle sommosse del movimento Black Lives Matter, ci porta questo tema sullo schermo (dei pc, tablet cellulari e televisori) rappresentando il lato più brutto dell’ America, lontano da essa. Per la precisione nel Vietnam del giorno d’oggi, che contrasta ripetutamente con quello del passato. Ma niente sembra essere cambiato. E’ certamente vero che al posto delle rovine post-guerra, oggi troviamo una nazione più sviluppata, con palazzi di lusso e luoghi turistici:

“Bastava portare MCDonald, KFC e Burger King per conquistarli”

(Paul, Da 5 Bloods)

Ma l’odio non è cambiato, le ferite del passato rimangono aperte.  E’ qui che il film gioca la sua carta vincente, rappresentando una guerra in maniera differente da tutti i film che l’hanno riprodotta negli anni.

In questo Apocalypse Now diventa il nome di una discoteca.

“Dovrebbero rappresentare eroi veri, non quelli dei film americani che hanno fatto fino ad ora”

(Otis, Da 5 Bloods)

Lee decide di non prendere una posizione (Sud o Nord del Vietnam)

rappresentando entrambe le parti. Esemplare è il momento in cui un gruppo di vietnamiti minaccia i quattro americani di consegnargli l’oro, perché nonostante il simbolo americano sui lingotti, quell’oro è di fatto loro, presumibilmente quindi appartiene a quella terra e mentre lo dice, la sua immagine si alterna a quelle del massacro di My Lai, in cui i membri dell’esercito americano uccisero 504 civili inermi e disarmati.

The second wave of combat helicopters of the 1st Air Cavalry Division fly over an RTO and his commander on an isolated landing zone during Operation Pershing, a search and destroy mission on the Bong Son Plain and An Lao Valley of South Vietnam, during the Vietnam War. The two American soldiers are waiting for the second wave to come in. (Photo by Patrick Christain/Getty Images)

E’ qui che questo capolavoro raggiunge il culmine del messaggio che vuole dare: non solo il razzismo ma il non-sense della guerra, quella tra due fazioni, di umani.

Bambini sudvietnamiti guardano un soldato americano con in mano un lancia-granate a Bao Trai, 1 gennaio 1966. (AP Photo/Horst Faas)

Di Marta Giorgi 

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