Dalla vittima al colpevole
Entrare nella mente del criminale, come suggerisce il titolo della serie “Mindhunter”, era l’obiettivo delle scienze umane in campo criminologico, intorno agli anni ’70. L’esigenza di uno studio approfondito della personalità dell’omicida sembrava necessaria allo scopo di prevenire e contenere gli atti criminosi, una volta compresi i meccanismi che vi erano alla base. Necessario a tal fine, era anche il superamento della netta distinzione tra buono e cattivo, sano e malato, di pari passo con le scoperte e gli studi sulla mente umana e sui disturbi mentali in ambito psicologico. Se prima di allora, gli indizi sulla scena del crimine servivano solo per arrivare al mostro-colpevole, a partire dalla nascita della psicologia criminologica, divennero importanti anche per comprendere il criminale nel suo funzionamento di personalità e nelle sue motivazioni più profonde.
La serie si concentra sullo studio di un tipo particolare di crimine, quello dell’omicidio seriale, il cui artefice agisce normalmente in modo sistematico, organizzato, lucido e premeditato, riproponendo sempre lo stesso schema di azione per ognuna delle numerose vittime, il cosiddetto “serial killer”.

All’inizio della prima stagione, l’agente dell’FBI Holden Ford, protagonista della serie insieme al collega Bill Tench, si trova a sperimentare un nuovo approccio empatico con un individuo schizofrenico in preda ad allucinazioni, mentre tiene una donna in ostaggio. Il suo modo di condurre la negoziazione in corso non è intimidatorio e minaccioso, come da prassi, ma mira ad entrare in contatto con la persona, farla sentire compresa. Successivamente, colpito dal discorso in aula di un professore, Ford si interessa alla mente di una nuova generazione di assassini, le cui azioni sono descritte come incomprensibili e senza logica, in quanto le vittime non sembrano avere più nessun legame con gli uccisori, come invece avveniva in passato.
Ispirandosi a famosissimi casi di serial killer americani, la serie racconta la vera storia dell’inizio della criminologia e di un nuovo approccio allo studio del crimine, riproducendo in maniera fedele anche le reali interviste agli autori di omicidi, le cui storie familiari si rivelano spesso disastrose, contornate di abusi, privazioni affettive, genitori assenti o affetti da disturbi psicopatologici, fattori che hanno senz’altro avuto un ruolo per lo sviluppo di personalità devianti. Lo studio psicologico delle menti dei serial killer ha permesso di approfondire le loro esperienze di vita, fino ad allora considerate inutili ed ha totalmente sconvolto l’idea sociale e collettiva di queste persone, che sono passate dall’essere considerate “mostri alieni” le cui azioni erano incomprensibili, a esseri umani e vittime di infanzie deprimenti e strazianti. Compare quindi per la prima volta l’aggettivo “vittima” accanto al termine “colpevole”, accostamento inconcepibile, spesso ancora oggi. Ovviamente non basta un’esperienza traumatica e un’infanzia tormentata per creare un omicida multiplo.
Allo sviluppo della persona, contribuiscono infatti diversi fattori: genetici e ambientali. Geneticamente possiamo ereditare alcune caratteristiche del temperamento, che rimangono stabili nel corso della vita e si riferiscono al tipo di risposte fisiologiche, emotive e cognitive che diamo di fronte agli stimoli. L’ambiente invece ci modella e agisce sul nostro patrimonio di base condizionando lo sviluppo della nostra personalità, ovvero la configurazione peculiare della persona, che si forma dall’insieme dei fattori genetici, ambientali ed esperienziali, e comprende gli stati affettivi, la regolazione emotiva, i comportamenti, le motivazioni e le cognizioni. L’ambiente primario è la famiglia d’origine ed è qui che cominciamo a relazionarci con l’altro. Lo psicologo Bowlby (1976) apporta grandi contributi alla psicologia, con la teoria dell’attaccamento, sostenendo che esistono diversi tipi di legame che si possono instaurare tra il bambino e la madre.

Un attaccamento sano si caratterizza per la cura, la vicinanza e l’affetto della madre, che risulta, al pari del sostentamento, un bisogno essenziale per la sopravvivenza. Questo legame positivo porta il bambino a sentirsi sicuro e fiducioso nei confronti della figura di riferimento, a sentirsi protetto e amato, ad acquisire quindi autostima e gli strumenti necessari per vivere in maniera sana le future relazioni interpersonali. Al contrario, un attaccamento insicuro si caratterizza per la mancanza di questa fiducia verso il genitore, a sentimenti di vuoto, di paura e smarrimento, a bassa autostima e ad un’idea della relazione come inaccessibile, complicata. Da adulti saremo quindi condizionati dal nostro stile di attaccamento e dalle convinzioni su noi stessi e sugli altri. Il nostro mondo sociale diventerà più ampio col passare del tempo, comprendendo nuove relazioni che potranno avere un impatto, nel modificare credenze e modalità di comportamento. Durante l’adolescenza le nostre vite saranno attraversate dal passaggio di relazioni amicali, di coppia e professionali e uscendo dal ruolo di figli all’interno del nucleo familiare, cominciamo a fare esperienze nuove, creare la nostra identità, coltivare interessi, passioni, valori.

Comune agli adolescenti è la voglia di evadere dall’ambiente familiare e di entrare in competizione con le figure genitoriali. Questa fase complicata dello sviluppo è funzionale alla crescita dell’individuo, alla sua definizione e autonomia. Erikson (1982), sostiene che in ogni fase di vita, ci troviamo ad affrontare una crisi psicosociale nella quale si è di fronte a due possibilità, una funzionale all’adattamento e l’altra al mancato adattamento. Nella fase adolescenziale questa scelta è tra lo sviluppo dell’identità e la dispersione dell’identità, dove quest’ultima si caratterizza per un arresto della crescita e l’insorgenza di problematiche psicologiche.
Sono molteplici gli aspetti che contribuiscono allo sviluppo di una personalità complessa come quella del serial killer, anche per questo motivo, i profili creati con lo scopo di classificarli e distinguerli in base alle somiglianze rispetto alla storia di vita, alle caratteristiche di personalità e alle modalità di esperire il crimine, sono molto utili, ma avranno sempre un margine di errore.
Ed Kemper, uno dei serial killer più famosi e violenti degli Stati Uniti, la cui storia viene affrontata nella serie, racconterà di un’infanzia tremenda, caratterizzata da gravi maltrattamenti e aggressioni fisiche da parte della madre, di un padre assente e di numerose esperienze che lo porteranno all’isolamento sociale e allo sviluppo di un profondo odio di genere e successivamente all’uccisione di molte donne, della nonna e della stessa madre. Nelle numerose interviste in carcere, egli appare lucido, consapevole, non esprime nessun senso di colpa per i delitti commessi e per le perverse modalità di uccisione. Una personalità psicopatica come la sua, risulta priva di qualsiasi tipo di empatia e quindi di comprensione e senso di colpa per l’altro. Si può comprendere facilmente come un bambino che riceve violenza e disprezzo da una madre, colei che dovrebbe costituire una base sicura e una fonte di protezione, non potrà aver appreso qualcosa di cui non ha fatto esperienza. Inoltre, egli racconterà di essersi perfettamente calato nel ruolo attribuitogli dalla madre fin da piccolo, finendo per immedesimarsi nella parte di un bambino pericoloso, potenzialmente capace di violentare la sorella, un malato di mente perverso, come la madre lo descriveva all’età di 10 anni.

Questo meccanismo viene anche chiamato “effetto della pecora nera”, ed è la situazione in cui all’interno di una famiglia, un componente viene etichettato come diverso, strano e responsabile di qualsiasi turbamento familiare. Tale situazione ha effetti importanti sul bambino, che potrebbe finire con il rispecchiarsi in questo ruolo e divenire realmente come lo hanno convinto di essere. Egli, inoltre, confesserà all’agente Ford di essere consapevole della sua malattia mentale e suggerirà come possibile via di guarigione la lobotomia. La domanda che susciterà l’interesse dell’agente Ford ad approfondire le dinamiche psicologiche del serial killer è:
“Criminali si nasce o si diventa”?
A mio parere criminali non si nasce. Le esperienze appena descritte hanno contribuito, in modo decisivo, allo sviluppo di una personalità così complessa come quella di Ed Kemper. Le caratteristiche di uno psicopatico come lui sono la mancanza di empatia, la manipolazione dell’altro, l’incapacità di relazionarsi in maniera autentica, la mancanza di rimorso e compassione. Tuttavia, personalità simili alla sua, possono aver avuto esperienze e percorsi differenti.
Come afferma nella serie Wendy Carr, accademica e studiosa del comportamento umano, lo psicopatico non è necessariamente un serial killer. Nei suoi studi universitari e prima di entrare a far parte della squadra di ricerca criminologica dell’FBI sui serial killer, Wendy si occupa di psicopatici e narcisisti, leader di multinazionali, uomini incapaci di rispecchiarsi negli altri ma che hanno imparato ad interagire con il mondo, a farsi strada nel lavoro e raggiungere i vertici del potere. Questi soggetti vivono per il controllo, per la ricchezza e sanno manipolare gli altri e raggiungere i propri scopi a tutti i costi. Non agiscono facendosi influenzare dalle emozioni, sono estremamente razionali e subdoli calcolatori, anche per questo arrivano ad occupare importanti posizioni professionali. Essi non sono empatici e inclini a comprendere e riconoscere gli altri, ma sono riusciti in qualche modo ad integrarsi nella società, ed è per questo che caratteristiche di personalità comuni, non sono sempre causa di medesimi comportamenti.

Dott.ssa Michela Zibellini
Bowlby, J. (1976), Attaccamento e perdita, Vol. 1: L’attaccamento alla madre, Boringhieri, Torino.
E. H. Erikson (1982), Infanzia e società, Armando, Roma.


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