Ball: tra finzione e realtà
I così detti Ball nascono verso la fine degli anni 70, acquistando notorietà negli anni 80, per poi conquistare il pubblico mondiale precisamente nel 1990, con l’uscita del brano di Madonna: Vouge. Da qui il termine Vougeing (o voguing) acquista notorietà nel mondo della danza internazionale. Con questa parola infatti, si indica un particolare stile di danza, facente parte anche delle competizioni di hip hop. Lo stile in questione si rifà ad una serie di pose sottoforma di coreografia, tendenti ad imitare quelle delle modelle dell’omonima rivista.

Tutto il sistema delle competizioni in questione, infatti, consiste proprio nell’imitazione della comunità bianca, da parte di quella composta dalle minoranze (gay, lesbica, trans, nera, latina, drag queen ecc) all’epoca altamente discriminate dalle maggioranze e addirittura considerate reietti della società.

Proprio da questa denigrazione, nascono le ballroom, considerate come rifugio per queste persone, che in tali competizioni vedevano un’occasione per esprimere loro stessi, tramite appunto l’identificazione con quel modello altolocato che erano le star, cantanti e modelle in voga in quegli anni. I partecipanti erano membri di una house (il cui nome diventava loro cognome) di proprietà della mother, colei a capo del gruppo che si prendeva cura dei suoi children e si occupava di prepararli per le competizioni.Le gare, invece, erano divise in varie tematiche, ognuna di esse richiedeva costumi, trucchi, portamenti specifici. Tra i più noti:
- Butch Queen Vouge Female Figure Performance (danzare sullo stile vougeing e tutti gli elementi che lo caratterizzano)
- Runway (abilità nello sfilare, composto da sottogeneri come
- l’European o l’American)
- Butch Queen Realness (abilità nel confondersi con uomini eterosessuali)
- Femme Queen Realness (abilità nel confondersi con donne cisessuali)

Questa particolare comunità gay viene rappresentata e onorata, da due prodotti cinematografici inseriti nella library del colosso Netflix, come portatrice di un cambiamento e di una lotta per i propri diritti.
Il primo è un documentario realizzato nel 1990 dalla regista, all’epoca studentessa di cinema, Jennie Livingston. Stiamo parlando di un film che ha suscitato sia scalpore che approvazione: Paris is Burning.
Il secondo invece è un prodotto della stessa piattaforma, realizzato in collaborazione con la rete televisiva FX e creato dalle mani sapienti del genio Ryan Muprhy, che ha sempre mostrato una particolare sensibilità per questi temi, portandoli alla luce dopo anni di bigottismo televisivo: POSE.
“E’ tutta una questione di atteggiamento, riuscire ad incarnare il modello etero bianco e rappresentare il sogno americano”
(Blanca Evangelista. POSE- prima stagione)

Paris is Burning: opera prima della regista. La Livingston comincia ad interessarsi a questo mondo quando inizia a visitare le ball di Harlem e a scattare alcune foto durante le competizioni.

Inizialmente richiede alcuni fondi per il documentario ad alcune comunità gay, ricevendo risposte negative. Alcune di loro infatti, soprattutto quelle bianche, rifiutavano queste comunità perché, in un periodo in cui la parola gay faceva la sua entrata poco alla volta nell’immaginario collettivo, della società altolocata e “rispettabile”, queste tipologie di “manifestazioni artistiche” non rispecchiavano un’immagine rassicurante della LGBTQ.

Anzi, come possiamo vedere in alcune scene della serie (POSE), i gruppi bianchi gay rifiutavano quelli caratterizzati in prevalenza da trans, per il loro essere una via di mezzo tra un genere e l’altro, escludendoli anch’essi dai loro luoghi di ritrovo (i più famosi gay bar).
La regista riesce comunque a realizzarlo, cambiando per sempre le regole del cinema. Il suo film diventa infatti una delle immagini simbolo del New Queer Cinema. Nonostante ciò viene inizialmente criticata da alcune studiose femministe tra cui la più nota Bell Hooks che accusa di misoginia alcune esibizioni drag perché offendono le donne, poiché le imitano ridicolizzandole e degradandole. Questo pensiero viene messo in contrapposizione a quello di un’altra critica che invece prende le difese della Livingston, Judith Butler.
“Nella produzione di realtà che si svolgono dentro le Ball, si da vita ad una costruzione fantasmatica di un soggetto. Esso ripete e imita delle norme legittimanti dalla quale è stato degradato.”
(J.Butler)

Ci sono poi forme drag che la cultura eterosessuale ha fatto addirittura proprie, producendole a proprio uso e consumo come angoscia di una possibile conclusione omosessuale (Mrs Doubtfire ne è un esempio valido). Inoltre, non tutte le categorie delle gare imitano le comunità bianche, ma alcune sono il risultato di un’eterosessualità non bianca.
Allora, mentre, parallelamente al periodo in questione, una donna bianca si aggirava tra i ball nell’intento di produrre un lungometraggio, venendo criticata anche per aver messo a paragone la cultura bianca (tramite riprese dei sobborghi alti) con quella di questa comunità; anni dopo, nel nuovo millennio, un artista attivo nella televisione da anni (Mr Murphy) decide di riprendere questo mondo quasi dimenticato e di rappresentarlo in una serie.Pose (2018-in corso) diventa il simbolo di quell’era, aggiungendosi alla lista dei prodotti Netflix riguardanti gli anni 80 (almeno per quanto riguarda la prima stagione) portatori di uno stile e di una cultura, ritornata in voga ultimamente.

Del resto, chi meglio di Murphy poteva rappresentare tale comunità?
Un uomo che da anni si impegna, tramite i suoi prodotti, a dare spazio a temi come il razzismo e l’omofobia, prendendo le parti degli emarginati e dandogli nuova gloria. Un rispetto che fino agli ultimi anni era rimasto in disparte o addirittura assente nel mondo del cinema.

La prima impressione infatti che avrete, guardando la serie, sarà quella di stare davanti non ad un semplice prodotto finzionale, ma ad una fedele copia della realtà. Tutto ciò lo si deve anche grazie ad un cast degno di nota, tra i quali spicca sicuramente la star Billy Porter, diventato noto alla stampa mondana, ultimamente, per le sue apparizioni ai red carpet più famosi con dei costumi degni di nota, tra cui quello del Met Gala 2019, in cui si è presentato con un mantello dorato a tema faraone, scortato su un lettino dello stesso colore (questo è stile ragazzi!).

Insieme a lui la protagonista MJ Rodriguez (Blanca), la modella Indya Moore (Angel) e la statuaria Dominique Jackson (Elektra) accompagnate da altre attrici trans tra cui Angelica Ross (Candy).
Sono proprio loro infatti, l’essenza stessa di POSE. Donne che impersonano altre donne come loro, che hanno affrontato le loro stesse problematiche, che lottano per la loro stessa comunità. Esemplare infatti è stata la scelta del regista di scegliere attrici transgender per ogni personaggio che lo fosse nella storia.

La serie ha inevitabilmente portato notorietà in questo mondo e cambiamenti in quello cinematografico. Per fare solo alcuni esempi:

-Rodriguez ha vinto nel 2018 l’ Hispanic Heritage Awards nella sezione Special Trailblazer Award, divenendo la prima attrice transgender a vincerlo.

– La Moore invece ha vissuto gli stessi problemi del suo personaggio; a soli quattordici anni infatti si ritrova a vivere da sola, abbandonata dalla sua famiglia per transfobia. Oggi è invece una delle modelle più richieste e famose nel mondo della moda (carriera che intraprende anche Angel).

– La co-creatrice della serie, Janet Mock è una scrittrice nonché, da poco, prima transessuale ingaggiata dall’azienda Netflix come autrice, tramite un contratto multimilionario: tre anni di esclusiva per la realizzazione di serie tv a tematica LGBT, con l’aggiunta della possibilità di realizzare anche un film.
Che dire, Netflix ha veramente dimostrato di stare al passo con i tempi, non solo per il suo essere colosso di punta della nuova frontiera dello streaming, ma anche perché non scorda il passato ma anzi cerca di farlo proprio e di rifletterlo nel presente.
Sicuramente la situazione di queste comunità è cambiata in meglio…

Ma c’è ancora tanta strada da fare, tanta omofobia ancora da combattere e l’azienda in questione, è in prima linea.
Prendete esempio.
Chapeau Netflix!
Di Marta Giorgi


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