SIAMO (UN PO’ TUTTI) LO STAGISTA
In questi giorni cupi, finalmente una buona notizia la riceviamo dal mondo dello streaming. Boris, serie italiana diventata cult dal primo episodio pilota del 2007 fino ai giorni nostri, è finalmente sbarcata su Netflix, diventando subito la più vista sulla piattaforma (nel territorio italiano). Il programma, andato in onda per la prima volta su Fox per poi passare in chiaro solo dopo qualche anno, chiude i battenti nel 2010 per poi ritornare con un film nel 2011. Sicuramente la serie è quella che ha avuto più successo, celebri anche le numerose citazioni, fatte proprie da una miriade di fan page e post che tutt’oggi girano sui social, risultando anche tra i più cliccati e condivisi. Queste due di seguito, rimangono sicuramente le mie preferite:


“Facciamoli scopare, così de botto”
“Cagna! Cagna maledetta!”
Ma cosa rende Boris così attuale, da rimanere impresso nella nostra società non come memoria del passato, ma come situazione del presente che permane ancora nell’atmosfera cinematografica italiana?
La dura e cruda realtà, seppur ironizzata, rimane sempre la stessa… perché alla fine, diciamocelo, ci potranno essere milioni di film italiani di successo ma dietro a queste copertine patinate della nostra cultura, ci sarà sempre la parte più “tradizionale” che non ci abbandona mai, quella che cerca di adattarsi al modello contemporaneo, ma che alla fine mantiene sempre la propria identità. Quella delle piramidi sociali, del dietro le quinte, dei prodotti a basso budget e delle soap opere.

Ma tra tutte queste marmaglie, la figura a cui molti di noi ci associamo, sia perché siamo estranei a questo mondo come lui e sia perché in quello che gli capita vediamo le nostre “esperienze di vita”… è lo stagista.

Nella serie, il giovane Alessandro viene impersonato dall’omonimo attore (Tiberi). Dalla prima puntata, ci appare subito come una “guida” per quel mondo sconosciuto a molti degli spettatori. Varca la soglia di quegli studios (esteticamente diversi dagli scintillanti hollywoodiani) e si trova immediatamente catapultato in una situazione caotica, dove tutti cominciano a trattarlo male senza un preciso motivo. Disorientato cerca in qualche modo di “dare una mano” e di mostrare le sue doti. Subito i personaggi che lo circondano gli mettono in chiaro una cosa: lui lì deve solo rispondere agli ordini “gratis”, non deve fiatare, non deve fare niente per cui magari ha studiato, deve portare i caffè e magari qualche volta improvvisarsi direttore del casting o comparsa ma di rado, proprio in situazioni disperate. Oltre a lui però, lo spettatore entra in contatto con un altro “sottomesso”, per l’appunto, lo stagista schiavo.
Il “tipo” (Lorenzo– Carlo De Ruggieri) ha imparato a stare zitto; mentre Alessandro è un’aspirante regista, lo schiavo aspira a diventare direttore della fotografia ma per il momento si ritrova ad essere bullizzato e chiamato addirittura “merda” da Biascica (Paolo Calabresi), il capo elettricista. Non mancano poi altri nomi “degni di nota”, in cima alla piramide c’è infatti il dottor Cane di cui non viene mai mostrato il volto (tranne in un episodio). Le pasticche di Viagra e la successiva chiamata della segretaria basteranno a farci comprendere la sua “personalità”.
In rappresentanza del Cane, sul set appaiono il delegato di rete Lopez (Antonio Catania) e il direttore di produzione Sergio Vannucci (Alberto Di Stasio), figura chiave del rapporto produzione-stagista. Da subito infatti, l’uomo mette le cose in chiaro. Lo si vede far firmare dei documenti al giovane insieme a degli assegni che poi riprende immediatamente: “giusto pe’ fà capi che stai a lavora pe’ noi”.
Infine, solo quando Alessandro lo prega di essere pagato, perché trascorre la maggior parte del tempo lì e non riesce più a pagare l’affitto, l’uomo inizialmente mette in chiaro, di nuovo, la situazione:

“Sai quanta gente ho che vuole fare il volontario per noi?… Allora ti propongo due scelte: o lavori gratis oppure… te ne vai affanculo”
Per poi ripensarci, forse perché ha veramente bisogno del ragazzo o forse per farlo stare calmo e dargli il così detto “contentino”:
“150 euro a settimana, lordi però eh”
Con il passare del tempo, Alessandro comincerà ad adattarsi, capendo che alla fine il suo scopo, quello di diventare un regista autoriale di primo livello, sarà un progetto fallimentare… a meno che non si faccia appoggiare da un politico, cosa che risulta essenziale per la sopravvivenza in quel mondo e non si adegui agli standard richiesti dal mondo televisivo. Capirà quindi che prima di arrivare agli “alti” livelli del regista Renè Ferretti (Francesco Pannofino) o a ruoli importanti come quello dell’aiuto regista Arianna (Caterina Guzzanti) dovrà dotarsi di tre cose:
- La raccomandazione
- Adattamento misto a sopportazione degli attori “cani”
- Fare le cose “a caxxo di cane” (censuro per i più sensibili)

Ma alla fine dei conti Boris rimarrà sempre non una serie qualsiasi televisiva Italiana ma “LA SERIE TELEVISIVA ITALIANA” proprio perché rivela quella realtà che solo autori del calibro di Giacomo Ciarrapico, Luca Vendruscolo e il compianto Mattia Torre potevano rappresentare con un’ironia tale da spiazzare anche le menti più conservatrici.
Per finire due raccomandazioni per chi deve ancora vederla:
- Se siete degli sceneggiatori, comincerete ad odiare i tasti F3 ed F4 ed eviterete la parola “basita” perché tra le poche nominate… BASITA fa paura, sappiatelo.
- La voce di Elio e le storie tese, vi perseguiterà anche sotto la doccia o mentre state studiando, ricordate sempre:
“Nei tuoi piani americani, Così intensi e così italiani, Fatti un po’ a cazzo di cane…”
Pura poesia…

Di Marta Giorgi


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